Siamo in piena recessione ecologica. Gli scienziati la chiamano così, sperando di sollecitare la nostra attenzione, coglierci nel vivo e svegliarci dal torpore. C’è crisi, grande crisi sul pianeta terra, e questa volta la Lehman Brothers non c’entra. Non è in gioco il tuo squallido mutuo subprime, il tuo Suv preso a rate, il tuo viaggio a Bali andata e ritorno, e nemmeno la tua misera pensione. Ci giochiamo milioni di anni di evoluzione e di adattamento della specie umana, nel nome dell’ingordigia e della stupidità.
Molti di noi sono rimasti alla prima puntata della serie tv di cinquant’anni fa. Ma come! Non volevamo cambiare il mondo, andare sulla luna, liberarci dal giogo della schiavitù!
Era il sogno di tutti. In fondo a noi "bastava" essere immortali, superare il muro della morte. Volevamo il cancello automatico, la lavastoviglie, il viagra per l’eternità. E adesso eccoci qua, alle prese con i singhiozzi del pianeta terra. Con i suoi sussulti, le inondazioni, le lacrime e le tempeste. E come se non bastasse ci abbiamo aggiunto la folle parata delle violenze e delle guerre di religione. Il fenomeno, nella sua portata epocale, sfugge del tutto alla politica, più interessata alle recessioni economiche, ma ben poco impegnata sul fronte ambientale. Le conseguenze però, in questo caso, potrebbero essere molto peggiori.
La verità è che la recessione ecologica ci morde il culo. Fino a qualche anno fa c’era qualche ambientalista che si preoccupava degli orsi polari, delle tigri nel Bengala, dei pipistrelli e delle lucciole nelle nostre campagne. Ora siamo andati bene oltre, continuando a segare il ramo su cui siamo seduti. Siamo tutti Nel 58,1% della superficie terrestre, in cui vive il 71,4% della popolazione globale la biodiversità ha raggiunto livelli tali da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane. Perché variabili climatiche, salubrità delle acque, stabilità idrogeologica, sono tutti elementi dai quali purtroppo, non possiamo prescindere.
I numeri provengono da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Science condotto da Tim Newbold dell’University College di Londra e ci dicono che lo sfruttamento del territorio ha sforato abbondantemente i limiti di sicurezza del pianeta. Questo debito alla fine si paga, non è la Bce, non è la Troika, né la Merkel a imporci al rigore. Gli effetti si vedono, nel cambiamento climatico, con l’acidificazione dell'oceano, il dilagare delle malattie, la decimazione delle riserve ittiche, la perdità di fertilità delle terre.
Non possiamo puntare il dito contro i cattivi delle piattaforme petrolifere, le industrie siderurgiche, l’agricoltura industriale. Chi ci governa ha le sue colpe, ci mancherebbe. Ma se la biodiversità è stata decimata la causa siamo noi, uomini dell'antropocene. Dall’inizio del secolo scorso ci siamo mangiati circa il 75% della diversità delle coltivazioni. Delle 80 mila piante commestibili usate a scopo alimentare se ne coltivano solo 150 e solo 8 sono commercializzate in tutto il mondo. Quattordici specie ci forniscono il 90% del cibo di origine animale e solo 4 specie di piante rappresentano il 50% delle nostre risorse energetiche: grano, mais, riso, patate.
“I maggiori cambiamenti sono avvenuti in quelle zone in cui vive la maggior parte delle persone” ha detto il capofila del succitato studio, Tim Newbold . “E questa cosa può avere importanti conseguenze sul loro benessere fisico e psicologico”.
Ci sono le lobby, certamente, i cattivi dell’industria biotech, la cospirazione dei carnivori, forse anche le scie chimiche. La presa di coscienza è importante. Ma c’entra in primo luogo quello che mangiamo, con l’omologazione del nostro cibo, che determina l’uniformità delle colture e la scomparsa della varietà vegetale nei campi. L’uso degli antibiotici negli allevamenti, lo spreco idrico, l’impermeabilizzazione del suolo, i nostri centri commerciali, i nostri appartamenti, le nostre piscine.
Ci siamo ritagliati il ruolo titani, ridicola razza di semidei turbolenti e selvaggia, puntualmente pizzicati e puniti, come Prometeo, dalla mano di Zeus. Perché i greci sapevano bene che c’è una tracotanza pericolosa, la Hybris, un limite che non possiamo superare, quelli dello spazio e del tempo, i principi di causa e di effetto che governano il mondo.
I rimproveri, i fulmini di Zeus, oggi non ci servono. È la nostra coscienza, sono gli ammonimenti dei nostri scienziati, a ricondurci all'unico campo d’azione che ci compete, quello terrestre. Con l’obbligo di prenderci cura di questa terra, tamponare le ferite, frenarne il degrado inarrestabile, l’entropia. Anche se volessimo gettare la spugna e fuggire su un altro pianeta, non sapremmo dove andare. Tutti i luoghi quello che abbiamo saputo scovare nello spazio sono piuttosto grigi e inospitali. Qua sulla terra ci cominciamo a sentire stretti, troppo stretti. Ma alternative non ce ne sono se non quella di tornare un po' a occuparci dei nostri piccoli orti, con rispetto, attenzione e un bel po' di quella sobrietà che i gli antichi ben conoscevano e veneravano.
Molti di noi sono rimasti alla prima puntata della serie tv di cinquant’anni fa. Ma come! Non volevamo cambiare il mondo, andare sulla luna, liberarci dal giogo della schiavitù!
Era il sogno di tutti. In fondo a noi "bastava" essere immortali, superare il muro della morte. Volevamo il cancello automatico, la lavastoviglie, il viagra per l’eternità. E adesso eccoci qua, alle prese con i singhiozzi del pianeta terra. Con i suoi sussulti, le inondazioni, le lacrime e le tempeste. E come se non bastasse ci abbiamo aggiunto la folle parata delle violenze e delle guerre di religione. Il fenomeno, nella sua portata epocale, sfugge del tutto alla politica, più interessata alle recessioni economiche, ma ben poco impegnata sul fronte ambientale. Le conseguenze però, in questo caso, potrebbero essere molto peggiori.
La verità è che la recessione ecologica ci morde il culo. Fino a qualche anno fa c’era qualche ambientalista che si preoccupava degli orsi polari, delle tigri nel Bengala, dei pipistrelli e delle lucciole nelle nostre campagne. Ora siamo andati bene oltre, continuando a segare il ramo su cui siamo seduti. Siamo tutti Nel 58,1% della superficie terrestre, in cui vive il 71,4% della popolazione globale la biodiversità ha raggiunto livelli tali da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane. Perché variabili climatiche, salubrità delle acque, stabilità idrogeologica, sono tutti elementi dai quali purtroppo, non possiamo prescindere.
I numeri provengono da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Science condotto da Tim Newbold dell’University College di Londra e ci dicono che lo sfruttamento del territorio ha sforato abbondantemente i limiti di sicurezza del pianeta. Questo debito alla fine si paga, non è la Bce, non è la Troika, né la Merkel a imporci al rigore. Gli effetti si vedono, nel cambiamento climatico, con l’acidificazione dell'oceano, il dilagare delle malattie, la decimazione delle riserve ittiche, la perdità di fertilità delle terre.
Non possiamo puntare il dito contro i cattivi delle piattaforme petrolifere, le industrie siderurgiche, l’agricoltura industriale. Chi ci governa ha le sue colpe, ci mancherebbe. Ma se la biodiversità è stata decimata la causa siamo noi, uomini dell'antropocene. Dall’inizio del secolo scorso ci siamo mangiati circa il 75% della diversità delle coltivazioni. Delle 80 mila piante commestibili usate a scopo alimentare se ne coltivano solo 150 e solo 8 sono commercializzate in tutto il mondo. Quattordici specie ci forniscono il 90% del cibo di origine animale e solo 4 specie di piante rappresentano il 50% delle nostre risorse energetiche: grano, mais, riso, patate.
“I maggiori cambiamenti sono avvenuti in quelle zone in cui vive la maggior parte delle persone” ha detto il capofila del succitato studio, Tim Newbold . “E questa cosa può avere importanti conseguenze sul loro benessere fisico e psicologico”.
Ci sono le lobby, certamente, i cattivi dell’industria biotech, la cospirazione dei carnivori, forse anche le scie chimiche. La presa di coscienza è importante. Ma c’entra in primo luogo quello che mangiamo, con l’omologazione del nostro cibo, che determina l’uniformità delle colture e la scomparsa della varietà vegetale nei campi. L’uso degli antibiotici negli allevamenti, lo spreco idrico, l’impermeabilizzazione del suolo, i nostri centri commerciali, i nostri appartamenti, le nostre piscine.
Ci siamo ritagliati il ruolo titani, ridicola razza di semidei turbolenti e selvaggia, puntualmente pizzicati e puniti, come Prometeo, dalla mano di Zeus. Perché i greci sapevano bene che c’è una tracotanza pericolosa, la Hybris, un limite che non possiamo superare, quelli dello spazio e del tempo, i principi di causa e di effetto che governano il mondo.
I rimproveri, i fulmini di Zeus, oggi non ci servono. È la nostra coscienza, sono gli ammonimenti dei nostri scienziati, a ricondurci all'unico campo d’azione che ci compete, quello terrestre. Con l’obbligo di prenderci cura di questa terra, tamponare le ferite, frenarne il degrado inarrestabile, l’entropia. Anche se volessimo gettare la spugna e fuggire su un altro pianeta, non sapremmo dove andare. Tutti i luoghi quello che abbiamo saputo scovare nello spazio sono piuttosto grigi e inospitali. Qua sulla terra ci cominciamo a sentire stretti, troppo stretti. Ma alternative non ce ne sono se non quella di tornare un po' a occuparci dei nostri piccoli orti, con rispetto, attenzione e un bel po' di quella sobrietà che i gli antichi ben conoscevano e veneravano.
di Gabriele Bindi
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